Menti criminali

Menti criminali

Author: James Ellroy

Format: Hardcover

Pages: 292 pages

Language: Italian

ISBN: 9788806205317

Published: September 2011

Pensai che le foto mi avrebbero ferito.
Pensai che le foto mi avrebbero rimesso i vecchi incubi.
Pensai che avrei toccato con mano l’orrore e in qualche modo ridotto il mio ergastolo.
Mi sbagliavo. Quella donna rifiutò di accordarmi la sospensione della pena. Lo faceva su basi molto semplici: La mia morte ti ha dato voce, mi diceva, e ora pretendo che tu la riconosca, la riconosca al di là dello sfruttamento che ne hai fatto.

James Ellroy, L’assassino di mia madre

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«Nessun autore di romanzo giallo riuscirebbe mai a concepire storie del genere».

Corrado Augias
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James Ellroy era un ragazzino quando suo padre gli regalò The Badge di Jack Webb: una raccolta di storie tratte dalla cronaca, casi mai risolti, delitti efferati. Tra tutti, uno lo affascinò e lo sconvolse fino a diventare un’ossessione: era il racconto dell’omicidio di Elisabeth Short, la Dalia Nera, una giovane donna su cui l’assassino (mai identificato) si era accanito con una crudeltà inimmaginabile. Anche la madre di Ellroy era stata uccisa; anche l’indagine sul suo assassinio non aveva portato alcun risultato. Due omicidi che mettono in gioco dimensioni opposte – pubblico e privato, partecipazione e voyeurismo – accomunati dall’assenza di ogni spiegazione logica. A leggerne i resoconti, la domanda che si vorrebbe annotare a margine di ogni pagina è sempre la stessa: perché? Si tratta di trovare un colpevole, certo, ma neppure la condanna più spietata cancella l’inquietudine che nasce dall’assenza di movente. Follia, così la chiamiamo, anche quando le perizie psichiatriche assicurano il contrario.

Che si sia arrivati a una sentenza o che il caso sia rimasto senza soluzione, le storie che compongono Menti criminali oltrepassano la soglia di un mondo oscuro che ci ripugna ma che insieme ci attrae. Come nei gialli migliori, anche in questo libro ci sono commissari ostinati, indizi, ricostruzioni e intuizioni. Solo che qui, alla fine, niente torna. La coerenza narrativa si dissolve nell’imprevedibilità dell’azione umana, la mente irrazionale – la mente criminale – impedisce ogni trama. Ed è solo a posteriori, solo dopo che la realtà ha scritto le sue storie inimmaginabili, che le possiamo raccontare.

Questo libro è una raccolta dei più interessanti e celebrati articoli di true crime degli ultimi trent’anni, scritti da alcune delle firme più note del giornalismo americano, da Alec Wilkinson, John Dunne e David Grann.
Ad aprire l’antologia è il testo di James Ellroy, in cui lo scrittore americano ricostruisce l’omicidio della madre. Il testo che lo segue è proprio il resoconto delle indagini sulla morte della Dalia Nera che tanto impressionò Ellroy. Attore, produttore, creatore della serie prima radiofonica poi televisiva di fine anni Quaranta Dragnet, basata su casi autentici della polizia di Los Angeles, Jack Webb raccolse in The Badge i delitti piú scabrosi, quelli che non potevano finire in televisione.
Ne Gli omicidi di Humboldt, John Dunne – il giornalista e scrittore, marito di Joan Didion – trascorre alcune settimane in Nebraska per immergersi nella comunità testimone, il 31 dicembre 1993, di un triplice omicidio. Tra le vittime Teena Renae Brandon, una ragazza transgender (da questa storia verrà tratto il film Boys Don’t Cry).
In Conversazioni con un killer, Alec Wilkinson accompagna il lettore in un allucinante viaggio nella vita, ma soprattutto nella mente, di John Wayne Gacy, il più efferato serial killer della storia americana: in un reportage che ha fatto la storia del giornalismo di inchiesta, Wilkinson riesce a entrare in confidenza con Gacy e a “dare voce”, una voce tanto autentica quanto disturbante, all’omicida.
E ancora: una moderna Medea, l’antropofago della porta accanto, indagini da far sfigurare Csi, lo scrittore che realizza l’omicidio che ha romanzato…
«Casi celebri - scrive il curatore Francesco Guglieri nella postfazione - che hanno travalicato i confini della cronaca giornalistica per entrare stabilmente nell’immaginario collettivo, plasmando, spesso in un modo di cui ormai siamo inconsapevoli, i modelli con cui costruiamo i personaggi di romanzi e pellicole». E prosegue: «Come genere letterario il true crime, al pari dei resoconti degli avvistamenti degli ufo, ha qualcosa a che fare con il prodigioso, se non proprio col fantastico: è il racconto dell’irruzione del mostruoso nell’ordinario, dell’inspiegabile apparizione di qualcosa di monstre, di troppo grande per le categorie con cui abitualmente affrontiamo il quotidiano. Non è un caso che James Gordon Bennet, il mitico fondatore dell’Herald, definisca, nel 1842, il true crime (genere in cui lui stesso si cimentò) il “sublime dell’orrore”. Un sublime metropolitano».